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Quale orologio?
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Platone, Einstein, Feynman, Hawking, Rovelli: siamo partiti da un grandissimo filosofo dell'antichità per arrivare ai nostri giorni ed essere assaliti da un dubbio atroce. Il tempo esiste oppure no?
Platone
Dagli studi superiori a quelli universitari, sia di fisica che di filosofia, era sempre presente una variabile denominata “tempo” ed indicata con la lettera minuscola “t”. Del tempo conoscevamo l’unità di misura, il secondo, sapevamo fare i conti con le ore, i minuti, i giorni, gli anni, comprendevamo il concetto di passato, presente, futuro, eravamo affascinati dal concetto di “anno luce”, ovvero il tempo, espresso in anni, che la luce impiega, dal profondo dell’universo, ad arrivare sino a noi. Abbiamo letto nel Timeo di Platone: “... ecco dunque che egli pensa di produrre un’immagine mobile dell’eternità e, nell’atto di ordinare il cielo, pur rimanendo l’eternità nell’unità, ne produce un’immagine eterna che procede secondo il numero, che è precisamente ciò che noi abbiamo chiamato «tempo». Infatti, i giorni e le notti e i mesi e gli anni, che non esistevano prima che il cielo fosse generato, proprio allora egli li fece nascere, nel momento stesso in cui costruì il cielo; e tutte queste sono parti di tempo, e l’«era» e il «sarà» sono forme di tempo che hanno avuto nascita e che noi attribuiamo erroneamente, senza avvedercene, all’essere eterno. Giacché noi diciamo, appunto, che esso «era», «è» e «sarà», ma, se ci si attiene alla verità, solo l’«è» gli si addice, mentre l’«era» e il «sarà» occorre dirli della generazione che procede nel tempo”.
Einstein
Poi abbiamo letto che un fotone, emesso dal Sole, impiega circa 8 minuti, da quando parte, a colpire il nostro pannello fotovoltaico; contemporaneamente, abbiamo però letto che questo tempo è relativo a noi, non assoluto, non appartiene al fotone. Einstein ci ha insegnato che per qualcosa che viaggia alla velocità della luce le distanze si contraggono sino a zero e il tempo del fotone si riduce a zero; il fotone parte e arriva, non ha un “tempo” per arrivare da noi. Distanza Sole-Terra e tempo di percorrenza (per il fotone che atterra sul nostro impianto fotovoltaico) quasi uguale a zero. Ma allora ci sono due tempi? Già Platone e Einstein iniziano a turbare il nostro solito modo di pensare.
Feynman
Voraci di letture scientifiche e divulgative, incontriamo, sul finire degli anni 90, un testo di Richard Feynman (Fisico, teorico rivoluzionario e anticonformista, premio Nobel nel 1965 per lo sviluppo dell'elettrodinamica quantistica) dal titolo “Sei pezzi facili”; subito compriamo un suo secondo libro “Sei pezzi meno facili” e il terzo “QED- La strana teoria della luce e della materia”. Per noi, non specialisti, la lettura si fa estremamente difficile, poco rimane ma una cosa colpisce la nostra attenzione: i diagrammi inventati da Feynman per spiegare la sua fisica, l’elettrodinamica quantistica. In particolare ci turbano, in un capitolo, le frecce del “tempo” che rappresentano particelle che si muovono in avanti collegate però a frecce del “tempo” che indicano particelle che si muovono all’indietro. Siamo sconcertati. Il tempo non va sempre in avanti? L’effetto precede la causa? Forse non abbiamo capito nulla. Restiamo con i nostri dubbi.
Hawking
Il grande scienziato inglese, Stephen Hawking, astrofisico, è il padre della teoria sui buchi neri che rivoluzionò la comprensione di questi oggetti unendo meccanica quantistica e relatività generale. Secondo tutte le sue teorie, il tempo non esiste nei buchi neri nel modo in cui lo concepiamo. Ma allora è un altro tempo? Le equazioni di Einstein implicano che lo spazio-tempo si curvi tanto da raggiungere una singolarità, un punto di densità e curvatura infinita. In questo senso, i buchi neri sono spesso descritti come «atemporali», poiché al loro interno il tempo non è una dimensione in cui gli eventi si succedono. Nonostante la loro gravità eserciti una fortissima attrazione sulla materia, questa non riesce a entrare perché, al loro interno, il tempo (così come lo rappresentiamo) non esiste. Dice all'ANSA il fisico Salvatore Capo "L'idea da tenere presente è che, entrando in un buco nero, il tempo diventa immaginario".
Rovelli
Ad inizio 2025 ci immergiamo nella lettura di un libro di Carlo Rovelli, edito nel 2017 da Adelphi, dal titolo “L’ordine del tempo”. Sul risvolto della quarta di copertina leggiamo: “Pensiamo comunemente il tempo come qualcosa di semplice, fondamentale, che scorre uniforme, incurante di tutto, dal passato al futuro, misurato dagli orologi. Nel corso del tempo si succedono in ordine gli avvenimenti dell’universo: passati, presenti, futuri; il passato è fissato, il futuro aperto… Bene, tutto questo si è rivelato falso”. A pag.27 leggiamo: “La fisica del XIX e XX secolo… è incappata in qualcosa di inaspettato e sconcertante… che il tempo passi a velocità diverse in luoghi diversi. La differenza tra passato e futuro – fra causa ed effetto, fra memoria e speranza, fra rimorso e intenzione – nelle leggi elementari che descrivono i meccanismi del mondo non c’è.”. E quindi l’orologio? Dalla Treccani: “orològio s. m. [dal lat. horologium, e questo dal gr. ὡρολόγιον, propr. «che dice, che annuncia l’ora» (comp. di ὥρα «ora» e tema di λέγω «dire»)]”.
Ed ecco che improvvisamente nasce dalla mente di un signore eterno pensatore, forse “fuori dal tempo” ma non tanto, un nuovo tipo di orologio, battezzato “OSIRTE”: un oggetto di arredamento con una sola lancetta che per ogni modello scorre a velocità variabile o è ferma. Scompare la lancetta delle ore e l’unica risposta alla domanda “che ore sono?” è la seguente, enigmatica : “… venticinque”. Venticinque minuti, venticinque secondi, le 5 del mattino , le 17 del pomeriggio? Non lo sappiamo. Il “non orologio” non indica nulla.
All’idea del “pensatore” si associa un architetto, “designer visionario”, che subito chiede a cosa serva questo “non orologio”. La risposta è pronta: è un oggetto che non ha nessuna utilità, è come un quadro astratto nel quale ognuno vede qualcosa di diverso. Guardarlo per un certo tempo (sic!) significa solo ascoltare il suono dei propri neuroni che, per ognuno di noi, se ne vanno a spasso nel cervello. Al termine della visione saremo pronti a guardare il nostro orologio da polso, quello vero, con le tre lancette, e tornare ai nostri impegni quotidiani. Saremo più rilassati? Più calmi o più nervosi? Al momento non abbiamo una risposta, ce la darà il campo.




